FUORI POSTO

CHIARA BANDINO

La Lessinia è da sempre annoverata tra le aree particolarmente ricche di materiali trasformabili, abbondantissime risorse fornite dal territorio ed in special modo quello della selce (utilizzata proprio per la produzione di manufatti).
Questa roccia (Pièra folénda) che in natura la si trova nascosta all’interno di rocce carbonatiche è praticamente inattaccabile dagli agenti atmosferici, peculiarità che insieme alla durezza e alla relativa abbondanza ne hanno fatto il materiale principale delle prime industrie litiche e quindi utilizzata proprio per la produzione di manufatti. La particolare abilità acquisita dai folendari (gli artigiani che tra Sant’Anna D’Alfaedo e Molina, nei Monti Lessini occidentali, lavoravano la selce per fabbricare gli acciarini) aveva indotto alcuni di essi a creare strane forme, introdotte, a fini di lucro, tra i reperti di scavo. Uno dei casi più clamorosi a livello europeo si ebbe nella seconda metà dell’Ottocento con la “vicenda delle selci strane di Breonio”, che vede come protagonista lo studioso veronese Stefano De Stefani, pioniere della ricerca preistorica veronese di fine ‘800 che eseguì ricerche e campagne di scavo, soprattutto nella Lessinia occidentale, tra Breonio, Molina e Sant’Anna d’Alfredo, affidandosi a scavatori del luogo per rinvenire reperti preistorici. Questi, dopo i primi ritrovamenti, alimentati da ricompense sostanziose da parte di De Stefani, iniziarono a falsificare le selci dando loro delle forme fantasiose per renderle uniche e rare e creando delle false patine per invecchiarle, durante l’inverno, e dar loro quel tempo che in realtà non gli apparteneva, per poi farle rinvenire a De Stefani nei luoghi di scavo durante l’estate. Questa vicenda portò Verona e in particolar modo la Lessinia al centro della ricerca preistorica italiana di fine’800 per la famosa “querelle” con gli studiosi francesi circa l’autenticità di alcune selci qui rinvenute, definite fin d’allora “selci strane”, truffa protrattasi per quasi 30 anni ai danni di musei, collezionisti privati e persino turisti. L’acceso dibattito, tra gli studiosi italiani (G. Chierici, L. Pigorini, P. Castelfranco) e G. de Mortillet, si risolse soltanto dopo cinquant’an- ni, quando R. Battaglia (19030 – 1931) documentò la falsità delle “selci strane“. 

Come scrisse lo stesso de Stefani prima di essere ingannato : 

“Gia fin dai tempi della mia gioventù con differenti frammenti di fossili di Bolca si fabbricavano mostri bizzarri e curiosi che facevano talvolta perder la bussola agli studiosi, ed allettavano gli esperti amatori che li pagavano in ragione della loro maggiore stranezza, ed io meravigliava anzi che ancora non mi fossero cadute fra le mani armi e strumenti litici falsificati.” 

Incuriosita da tutta questa vicenda e soprattutto dai metodi di falsificazione che venivano usati, ho sperimentato la riproduzione di queste selci evidenziandone la falsità con materiali e tecni- che moderne, creando oggetti ed immagini che porteranno l’osservatore a seguire un percorso visivo tra i luoghi delle ricerche archeologiche in Lessinia ed oggetti che sembrano essere fuori posto, appartenere ad un tempo non del tutto classificabile, proprio come le “selci strane” che si portano dietro più di un solo tempo, quello reale di produzione e quello al quale si volevano rifare i falsari.

 

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